Politica e istituzioni · Politica criminale
Punire non significa rinunciare alla civiltà
La dignità del condannato e la sicurezza collettiva devono convivere: nessuna delle due può essere cancellata per comodità ideologica.
di Pierfrancesco Viti ·
Al di là dei tecnicismi giuridici e delle valutazioni che spettano ai tribunali, c'è una domanda che troppo spesso viene rimossa dal dibattito pubblico: perché una parte crescente della popolazione si sente abbandonata? Quando si commentano fatti come questo, si parla di imputati, aggravanti, perizie e qualificazioni giuridiche. Si parla molto meno delle vittime e del contesto che genera paura, rabbia ed esasperazione.
Pochi ricordano che la persona investita era un IMMIGRATO MAROCCHINO noto alle forze dell'ordine per aver commesso altri reati importanti contro la cittadinanza italiana. Pochi si interrogano sul motivo per cui tanti cittadini abbiano la percezione che una parte dell'immigrazione non porti integrazione, ma criminalità e insicurezza. Thomas Hobbes spiegava che gli uomini rinunciano a farsi giustizia da soli e affidano allo Stato il monopolio della forza in cambio di una promessa fondamentale: la protezione.
Quando quella promessa appare tradita, cresce inevitabilmente la sfiducia verso le istituzioni. Nessuna società civile può fondarsi sulla vendetta privata. Ma nessuna società può nemmeno pretendere che i cittadini accettino passivamente di vivere nella paura.
La risposta non è l'anarchia. La risposta è uno Stato che torni a difendere i propri cittadini, che espella chi delinque, che controlli i confini e che rimpatri chi dimostra di non voler rispettare le regole della comunità che lo ospita. Sicurezza, certezza della pena e rimpatri effettivi.
Perché senza sicurezza non esiste libertà, e senza libertà non esiste convivenza civile.
Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.