Società e costume · Famiglia e libertà
La famiglia tradizionale e il significato dei ruoli
Responsabilità, appartenenza e divisione dei compiti possono essere ripensate senza cancellare la memoria della comunità familiare.
di Pierfrancesco Viti ·
LA LIBERTÀ E LA FAMIGLIA "PATRIARCALE". Ricordo ancora i Natali trascorsi a casa di zia Rosetta, quando la famiglia - quella vera, allargata, coesa, radicata - si riuniva per una festa, una processione, o semplicemente per il piacere di stare insieme. Ciascuno aveva un posto, un ruolo, una responsabilità.
Le donne in cucina (e non ne ho più conosciute di brave come mia nonna e le sue sorelle), gli uomini tra la spesa e i lavori più pesanti. E non c’era bisogno di altro: l’armonia veniva dalla semplicità dei legami e dall’accettazione dell’ordine naturale delle cose. Quelle famiglie “patriarcali”, tanto vituperate oggi, custodivano un equilibrio profondo.
Forse imperfette, ma autenticamente felici. Eravamo felici senza saperlo. Poi è arrivato il Sessantotto.
E come un acido ha iniziato a corrodere ogni certezza, ogni autorità, ogni vincolo. In nome della libertà si è fatto scempio della tradizione, del mestiere tramandato, del valore della maternità, della coesione familiare. Oggi si celebra la “parità assoluta”, ma ci si ritrova incapaci di condividere un pranzo natalizio in famiglia.
Non perché manchi il tempo. Ma perché non ci sono più famiglie. Non si fanno più figli.
Non si trasmette più nulla. Non esistono più cene affollate, zii e cugini, estate al mare con nonne che cucinano e bambini che si rincorrono. Esiste il deserto dei legami.
Provateci oggi, se ne siete capaci: organizzate una riunione di famiglia. Trovate zii, cugini, nipoti... Vi accorgerete che non ci sono più. Non per distanza, ma per estinzione.
La famiglia è diventata un relitto sociologico, smontato pezzo per pezzo da ideologie cieche e irresponsabili. In nome della libertà, abbiamo perso la trasmissione tra le generazioni. Oggi si dice: "studia fuori", "vai all’estero", "l’Italia fa schifo".
Ma una nazione che disprezza sé stessa non ha futuro. In Dal duello ai social, cerco di mostrare le tappe di questa deriva, che affonda le sue radici in un libertinismo ideologico nato con la Rivoluzione francese e culminato con le utopie disgregatrici del Novecento. È tempo di ammettere che il cosiddetto progresso ha fallito.
Ha prodotto individui isolati, ansiosi, privi di senso e di appartenenza. Le statistiche su depressione, suicidi, disturbi mentali, non sono incidenti di percorso: sono il frutto amaro di una civiltà che ha rifiutato i propri fondamenti. E allora sì, occorre una grande contro-rivoluzione culturale.
Un ritorno alla verità delle relazioni, al primato dell’identità, alla dignità delle differenze naturali. Non una nostalgia sterile, ma un atto di coraggio intellettuale. Perché solo chi ha conosciuto la pienezza di quei legami può oggi indicare la via per ricostruirli.
Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.