Fede e civiltà · Fede e cultura
L'Immacolata e l'inizio di una civiltà
Una ricorrenza religiosa custodisce anche una concezione della persona, della purezza e del limite che ha plasmato l'Europa.
di Pierfrancesco Viti ·
Oggi, festa dell’Immacolata, non celebriamo solo un dogma religioso: celebriamo - o dovremmo celebrare - l’inizio di un rito antico, domestico, quasi liturgico. Era il giorno in cui la famiglia si stringeva, le donne preparavano il pranzo con la cura che non nasceva da “ruoli imposti”, ma da un senso di appartenenza. Gli uomini correvano a comprare ciò che mancava, partecipavano a quel teatro di gesti semplici e necessari.
Oggi qualcuno ci dice che era “patriarcato”. A me pare una definizione data da chi ha confuso la libertà con la solitudine. Perché sì, ciò che chiamavano oppressione era spesso - non sempre, certo - un modo ordinato di dividere i compiti, di sorreggersi, di appartenere gli uni agli altri.
Era comunità, non schiavitù. E la comunità, lo si voglia o no, vive di ruoli, di sacrifici e di doveri reciproci. Erano giorni felici perché nessuno pretendeva di essere libero da tutto e da tutti.
Oggi ci chiedono di essere liberi perfino dalla nostra storia. Cos’è rimasto di quei giorni? Brandelli.
Una famiglia rattrappita, ridotta a nuclei minimi, se non a individui monadi, ciascuno con la sua “autonomia”, i suoi spazi e la sua autosufficienza emotiva - una autosufficienza che dura finché non arriva il silenzio, quello vero. Politiche di sinistra, travestite da liberazione, hanno smontato il tessuto famigliare pezzo dopo pezzo: via la Patria, via la tradizione, via i ruoli, via la memoria. Il risultato?
Una società popolata di adulti-orfani, spaesati, con pochi figli (quando ci sono), senza fratelli o sorelle con cui condividere i Natali, senza zii o nonni disposti a tenere la casa aperta. Anche perché le case sono più piccole, come i legami. Come le ambizioni.
Come la visione dell’uomo. Oggi si va al ristorante perché cucinare insieme è diventato un fastidio, non un rito; una perdita di tempo, non un investimento affettivo. La cucina che una volta era il cuore pulsante della famiglia è diventata un arredo da fotografare, non da vivere.
Prima c’era il concetto del sacrificio per la famiglia e - diciamolo senza timore - per la Patria. Oggi la parola “sacrificio” provoca allergia. Ognuno difende il proprio divano come un fortino.
PIERFRANCESCO VITI
Ed è curioso: in nome della libertà assoluta abbiamo creato la prigione più perfetta, quella dove ciascuno è solo con sé stesso. Il paradosso è che più abbiamo predicato l’emancipazione, più abbiamo smarrito la “mansione dell’uomo”, per dirla alla Veneziani: il suo stare al mondo dentro una trama fatta di legami, doveri, appartenenze, riti e continuità. Abbiamo scambiato il progresso con la cancellazione di ciò che eravamo, come se la modernità dovesse per forza rompersi con il passato - invece di crescerci sopra come si fa con le fondamenta buone.
E così arriviamo all’Immacolata senza più l’odore del sugo, senza il clangore delle pentole, senza il vociare dei bambini, senza quella stanchezza felice delle madri e quella presenza silenziosa dei padri. Arriviamo come arrivano i viaggiatori negli aeroporti: soli, efficienti, connessi, e un po’ più vuoti. La verità è semplice: ciò che un tempo chiamavamo “normalità” era in realtà un immenso patrimonio di legami.
Lo abbiamo dissipato nell’altare della comodità. E come tutte le civiltà che hanno scambiato il sacrificio con il capriccio, ci ritroviamo soli. Soli perfino nelle feste create per unirci.
Pierfrancesco Viti
Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.