Pierfrancesco Viti Scritti di politica, diritto e tradizione

Società e costume · Cultura e potere

L'egemonia culturale si costruisce nel tempo

Scuola, università, editoria e linguaggio formano il senso comune molto prima che esso si traduca in consenso elettorale.

di Pierfrancesco Viti ·

Romualdi coglie un punto che, a distanza di decenni, resta intatto: l’egemonia culturale non nasce solo dal denaro o dai mezzi, ma da una visione del mondo compatta, riconoscibile, capace di spiegare l’uomo, la storia, il conflitto. La Sinistra ha vinto sul piano culturale non perché “moralmente superiore”, ma perché ha avuto un’idea di uomo e di società; la Destra, troppo spesso, no. Qui sta l’equivoco che ancora oggi paralizza l’area conservatrice: continuare a credere che bastino richiami a “valori”, “tradizione”, “patria” senza una architettura concettuale che li sorregga.

È un linguaggio difensivo, sentimentale, borghese. Non genera cultura, al massimo nostalgia. E la nostalgia non fonda nulla.

Romualdi individua con lucidità il vuoto: manca una Destra come visione qualitativa, aristocratica nel senso classico, agonistica, antiegualitaria, non per capriccio autoritario ma perché consapevole che l’eguaglianza è una finzione distruttiva. L'uguaglianza, elevata a dogma, livella, anestetizza, dissolve il principio di responsabilità e di gerarchia. Produce quantità, non qualità.

Consenso, non destino. La vera Destra, quella che non teme di chiamarsi tale, non nasce per includere tutti, ma per selezionare, formare, ordinare. È una visione tragica dell’esistenza: l’uomo non è buono per natura, la storia non è un progresso lineare, la pace non è lo stato naturale delle cose.

La civiltà è disciplina, conflitto regolato, comando. È stile prima ancora che programma. In questo senso, la figura del generale Roberto Vannacci rappresenta una rottura reale rispetto alla destra amministrativa, moderata, parlamentare.

Non perché offra - almeno per ora - una dottrina sistematica, ma perché incarna un principio antropologico alternativo: il primato del dovere sull’emozione, dell’ordine sulla retorica, della forza sulla lamentazione. La sua provenienza militare non è un dettaglio biografico: è un fatto culturale. Il mondo militare, piaccia o no, è uno degli ultimi ambiti in cui sopravvive una concezione gerarchica, selettiva, meritocratica e non sentimentale dell’uomo.

Lì contano il coraggio, la competenza, la lealtà, la capacità di stare sotto pressione. Non l’inclusività. Non il consenso.

Non il vittimismo. È un universo incompatibile con l’umanitarismo progressista, ed è proprio per questo che risulta scandaloso. Vannacci diventa così un catalizzatore,

PIERFRANCESCO VITI

non un profeta.

Attorno a lui si coagula la possibilità - ancora tutta da costruire - di una Destra che smetta di giustificarsi e torni ad affermare. Una Destra che dica apertamente che non tutti sono uguali, che la società ha bisogno di élite responsabili, che il conflitto è parte costitutiva della vita, che la pace senza forza è una menzogna. Il rischio, naturalmente, è fermarsi alla superficie: ridurre tutto a slogan, a polemica, a reazione emotiva.

Sarebbe il modo migliore per fallire. Se questa occasione verrà sprecata, non sarà per colpa dell’“egemonia di sinistra”, ma per l’incapacità della Destra di pensarsi come civiltà e non come comitato elettorale. La lezione di Romualdi resta attuale e spietata: senza una visione aristocratica del mondo, senza una cultura del limite, del comando e della responsabilità, la Destra non esiste.

Al massimo, amministra l’esistente. E chi amministra ciò che altri hanno pensato, prima o poi ne diventa il custode, non l’alternativa.

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Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.

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