Corriere di Puglia e Basilicata
Vent’anni per ritrovare la misura
di Pierfrancesco Viti
di Pierfrancesco Viti ·
Vent’anni – C’è un momento, nelle stagioni della storia, in cui le società smettono di interrogarsi su ciò che stanno diventando e iniziano semplicemente ad adattarsi; non è un crollo improvviso, non è una rivoluzione visibile, è qualcosa di più sottile e per questo più pericoloso, perché si insinua nei comportamenti quotidiani, nel linguaggio, perfino nel modo in cui si educano i figli, e finisce per cambiare non solo le regole del vivere comune, ma l’idea stessa di uomo che una comunità coltiva e trasmette.
Se guardiamo con un minimo di onestà a ciò che siamo oggi, appare evidente che negli ultimi decenni non abbiamo semplicemente modernizzato le istituzioni o aggiornato i diritti, ma abbiamo progressivamente smarrito il senso delle differenze, confondendo l’uguaglianza giuridica, che è una conquista civile, con una pretesa uguaglianza sostanziale che la realtà non ha mai conosciuto e non conoscerà mai; da questo equivoco nasce gran parte della fragilità contemporanea, perché una società che non distingue più tra chi è in grado di guidare e chi ha bisogno di essere guidato, tra chi merita e chi deve ancora formarsi, tra chi costruisce e chi si limita a reclamare, finisce inevitabilmente per oscillare tra disordine e risentimento.
Non è un caso che, parallelamente a questa confusione, si sia diffusa una cultura che tende a giustificare tutto e a responsabilizzare poco, nella quale ogni difficoltà viene letta come un’ingiustizia e ogni fallimento come il prodotto di un sistema ostile, mentre si perde progressivamente l’idea che la crescita individuale passi anche attraverso il limite, lo sforzo, la disciplina; in questo contesto, la libertà viene spesso invocata, ma raramente sostenuta, perché la libertà senza struttura non regge, si trasforma in arbitrio, e l’arbitrio, a sua volta, genera insicurezza, che poi si chiede allo Stato di risolvere con strumenti sempre più invasivi, in un circolo vizioso che indebolisce tanto l’individuo quanto le istituzioni.
Se si vuole immaginare un orizzonte diverso da qui ai prossimi vent’anni, il primo passaggio non può essere soltanto politico, perché le leggi seguono sempre, con ritardo, i mutamenti culturali; occorre piuttosto recuperare una consapevolezza elementare, quasi dimenticata, e cioè che una comunità funziona quando riesce a riconoscere il valore e a costruire attorno ad esso percorsi coerenti, senza timore di distinguere, senza il bisogno di mascherare le differenze sotto formule rassicuranti ma vuote.
38100Cattedre
La scuola, in questo senso, rappresenta il banco di prova più evidente, perché è lì che una società decide, spesso senza accorgersene, se vuole formare individui solidi o semplicemente accompagnare tutti verso un risultato formale che non corrisponde a una reale crescita; continuare a pretendere che tutti seguano lo stesso ritmo, che le eccellenze vengano trattenute e le difficoltà nascoste, significa non solo sprecare talenti, ma anche costruire illusioni destinate a infrangersi appena ci si confronta con la realtà, mentre sarebbe molto più onesto, e anche più giusto, differenziare i percorsi, valorizzare chi può procedere più velocemente e sostenere chi ha bisogno di tempi diversi, senza confondere l’equità con l’appiattimento.Ma a ben vedere, il problema è ancora più profondo e riguarda un vuoto strutturale che la scuola italiana non è mai riuscita a colmare fino in fondo: quello della formazione dell’Uomo, prima ancora che dello studente. Viene allora da chiedersi se non sia il caso di affiancare al sistema scolastico una sorte di ente statale di formazione giovanile, capace di trasmettere disciplina, senso del dovere, educazione civica reale e appartenenza, non in chiave ideologica ma formativa, restituendo ai giovani quella struttura che oggi spesso manca e che la scuola, da sola, non riesce più a garantire.In concreto, questo potrebbe tradursi nell’introduzione stabile di classi differenziate per livelli di apprendimento già dalla scuola secondaria, con percorsi accelerati per gli studenti più meritevoli, programmi tecnici e professionalizzanti per chi ha attitudini pratiche, sistemi di valutazione periodica che consentano passaggi dinamici tra i livelli e, parallelamente, in programmi formativi gestiti da questo ente, articolati su base territoriale, che accompagnino i giovani in percorsi di responsabilizzazione, formazione civica e crescita personale.
38100Ettore, il guerriero troiano, esprime la sua gentilezza verso la famiglia.
Accanto alla scuola, il tema della famiglia torna ad avere un rilievo che non è ideologico ma profondamente concreto, perché ogni società che indebolisce i suoi nuclei fondamentali è poi costretta a supplire con strumenti esterni, spesso più costosi e meno efficaci; sostenere chi sceglie di costruire stabilità, di mettere radici, di generare continuità non è una concessione morale, ma una scelta di lungo periodo che incide sulla tenuta complessiva del sistema, molto più di tante politiche emergenziali.Un esempio chiaro potrebbe essere l’introduzione di misure strutturali e non simboliche, come l’estinzione del mutuo per la prima casa al raggiungimento del quarto figlio o l’accesso prioritario a posizioni lavorative pubbliche per nuclei familiari numerosi, affiancate da un sistema fiscale che premi concretamente la stabilità e la durata dei legami familiari.
Non meno centrale è la questione dell’autorità, che negli ultimi anni è stata
38101905Dettaglio dell’ Augusto di Prima Porta. Il grande imperatore e condottiero è sbarbato.
progressivamente svuotata di significato, quasi fosse inevitabilmente sinonimo di abuso, mentre in realtà rappresenta il presupposto stesso di un ordine condiviso; una società nella quale le regole sono percepite come negoziabili, nella quale chi le fa rispettare è esposto più di chi le viola, finisce per produrre insicurezza diffusa e per alimentare quella sensazione di precarietà che, paradossalmente, spinge poi a chiedere più controllo, senza però voler accettare i presupposti dell’autorità che quel controllo dovrebbe esercitare.Rafforzare questo ambito significa, ad esempio, introdurre uno scudo penale chiaro per le forze dell’ordine che operano nell’esercizio legittimo delle loro funzioni, accompagnato da una riforma procedurale che garantisca tempi rapidi nei procedimenti per reati contro la persona e il patrimonio, così da rendere la sanzione certa e percepibile.
C’è poi un aspetto che spesso viene eluso, forse perché più difficile da affrontare senza scivolare nella retorica, ed è quello dell’identità; una comunità che perde il rapporto con la propria storia, che considera le proprie radici un elemento secondario o addirittura ingombrante, si espone al rischio di diventare permeabile a qualsiasi influenza, perché non dispone più di un criterio interno con cui valutare ciò che accoglie e ciò che respinge, mentre il recupero della memoria storica e culturale non implica chiusura, ma al contrario fornisce quella solidità che consente un’apertura non passiva.In termini pratici, ciò potrebbe tradursi nella revisione dei programmi scolastici di storia con l’introduzione di moduli dedicati alle vicende meno esplorate o controverse del percorso nazionale, nell’istituzione di giornate commemorative mirate e nella valorizzazione concreta delle identità locali attraverso iniziative culturali sostenute dallo Stato e non lasciate all’improvvisazione.
Infine, resta il nodo della classe dirigente, che è forse il più decisivo e al tempo stesso il più trascurato, perché si continua a selezionare chi governa sulla base di dinamiche interne alla politica, quando invece sarebbe necessario ribaltare il criterio e riconoscere valore a chi ha dimostrato, nella vita reale, capacità di costruzione, di gestione, di responsabilità; una politica abitata da chi non ha mai dovuto misurarsi con risultati concreti tende inevitabilmente a produrre decisioni astratte, spesso scollegate dalle conseguenze.Un passaggio concreto in questa direzione potrebbe essere l’introduzione di criteri di accesso alle candidature che richiedano esperienze professionali documentate e risultati verificabili, affiancati da meccanismi di valutazione periodica degli eletti basati su obiettivi raggiunti, con la possibilità di esclusione dalle successive candidature in caso di evidente inadeguatezza.
Se si osserva tutto questo con uno sguardo non ideologico ma realistico, appare chiaro che la vera alternativa che si giocherà nei prossimi vent’anni non sarà tra categorie politiche ormai logore, ma tra due modi opposti di intendere l’uomo e la società: da un lato l’idea di un individuo fragile, da proteggere continuamente anche a costo di abbassare l’asticella generale, dall’altro quella di una persona chiamata a crescere, a rispondere delle proprie azioni, inserita in un contesto che la sostiene ma allo stesso tempo la esige.
La prima strada è più semplice, più immediata, spesso anche più popolare; la seconda richiede tempo, fatica e una certa dose di impopolarità iniziale, ma è l’unica che, alla lunga, consente a una società di reggere se stessa senza dover continuamente ricorrere a correttivi esterni.
E forse il punto, in fondo, è proprio questo: non si tratta di tornare indietro né di inseguire ogni novità, ma di avere la lucidità di distinguere ciò che rafforza da ciò che indebolisce, perché le società non si perdono quando sbagliano strada, ma quando smettono di riconoscere la differenza tra ciò che vale e ciò che semplicemente appare comodo.
https://www.corrierepl.it/2026/04/21/ventanni-per-ritrovare-la-misura/