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Anche la meritocrazia si eredita
C’è una tesi che viene ripetuta quasi come fosse un assioma ogni volta che si parla di eredità, patrimoni e differenze sociali: chi nasce in una famiglia benestante sarebbe semplicemente fortunato e, dunque, non avrebbe alcun merito rispetto a ciò che riceve.
di Pierfrancesco Viti ·
È un’affermazione apparentemente ragionevole, ma solo apparentemente.
Perché coglie un frammento di verità e lo assolutizza, ignorando tutto ciò che viene prima.
È evidente che nessuno scelga la famiglia nella quale nasce. È altrettanto evidente che nessuno possa attribuirsi come merito personale il lavoro svolto dal padre, dal nonno o dal bisnonno.
Ma da questo non discende affatto che ciò che viene ereditato sia privo di merito.
Anzi.
La mia tesi, volutamente provocatoria, è esattamente opposta:
anche la meritocrazia si eredita.
Naturalmente non si eredita il merito come qualità personale. Non si trasmettono per testamento il carattere, il coraggio, l’intelligenza o la capacità di sacrificio.
Si possono però trasmettere i frutti del merito.
E, soprattutto, si può trasmettere una concezione della vita fondata su un principio che oggi sembra quasi rivoluzionario nella sua semplicità: non vivere soltanto per sé stessi.
Un patrimonio, prima di essere ereditato, è stato quasi sempre qualcos’altro.
È stato lavoro, risparmio, rinuncia al consumo immediato, rischio, capacità di investimento, attenzione nella gestione, volontà di conservare.
Molto spesso è il risultato di più generazioni che hanno costruito qualcosa e hanno deciso di non disperderlo.
Qualcuno avrebbe potuto spendere tutto.
Non lo ha fatto.
Avrebbe potuto vendere.
Ha conservato.
Avrebbe potuto godersi integralmente ciò che aveva prodotto.
Ha preferito lasciare qualcosa a chi sarebbe venuto dopo.
E anche questo, piaccia o meno, è merito.
L’eredità non è individualismo. È esattamente il contrario
Uno degli equivoci più singolari del nostro tempo consiste nel presentare la difesa della proprietà e della successione come una manifestazione dell’individualismo.
Ma è vero precisamente l’opposto.
L’individualista perfetto sarebbe colui che ragiona così: “ho lavorato io, ho guadagnato io, dunque spenderò tutto io. Dopo di me, nulla mi interessa“.
Questa sì sarebbe una concezione radicalmente individualistica della ricchezza.
Se l’orizzonte dell’uomo coincidesse esclusivamente con la durata della propria esistenza, sarebbe perfino coerente consumare quanto più possibile prima di morire.
E allora poniamoci una domanda molto semplice.
Perché un uomo che abbia già raggiunto una certa sicurezza economica dovrebbe continuare a lavorare?
Perché dovrebbe investire ancora?
Perché dovrebbe acquistare un immobile che forse non avrà neppure il tempo di godere pienamente?
Perché dovrebbe continuare a far crescere un’impresa quando potrebbe tranquillamente liquidarla e dedicarsi soltanto a sé stesso?
La risposta la conosciamo tutti.
Perché non sta più lavorando soltanto per sé.
Sta lavorando per i propri figli.
Talvolta persino per nipoti che ancora non sono nati.
Ed è qui che la prospettiva cambia completamente.
Chi costruisce per chi verrà dopo accetta di rinunciare oggi a qualcosa che potrebbe consumare personalmente, affinché domani qualcun altro possa partire da una condizione migliore.
È difficile immaginare un comportamento meno individualista.
La famiglia, da questo punto di vista, è precisamente il luogo nel quale l’individuo supera sé stesso.
Collega chi è venuto prima, chi vive oggi e chi verrà domani.
Il lavoro smette così di essere soltanto strumento di sostentamento personale e diventa continuità.
Si lavora per qualcosa che dovrà sopravviverci.
Perché il merito dovrebbe finire con la morte?
Se consideriamo meritevole chi lavora, produce, risparmia, investe e costruisce, perché mai il riconoscimento di quel merito dovrebbe cessare nel momento esatto della sua morte?
Il punto è molto semplice.
Il diritto di disporre dei frutti del proprio lavoro comprende anche il diritto di stabilire a chi lasciarli.
Un uomo può spendere tutto ciò che ha prodotto.
Può viaggiare, consumare, vendere, donare.
Ma deve poter anche scegliere di non consumarlo.
Deve poter decidere che ciò che egli ha costruito diventi il punto di partenza dei propri figli.
Altrimenti finiremmo in un paradosso.
Consideriamo virtuoso il risparmio finché il risparmiatore è vivo, ma cominciamo a considerarlo sospetto nel momento in cui quel risparmio deve passare alla generazione successiva.
Riconosciamo il merito del lavoro, ma non vogliamo riconoscerne la naturale proiezione nel tempo.
Eppure tutto ciò che l’uomo costruisce può sopravvivergli.
Un’opera sopravvive al suo autore.
Un’impresa al suo fondatore.
Una casa al suo costruttore.
Per quale ragione il patrimonio familiare dovrebbe rappresentare l’unica eccezione?
«Ma il figlio non se l’è meritato»
Qui arriva inevitabilmente l’obiezione più nota.
«Il figlio non ha fatto nulla per meritare ciò che riceve.»
Vero.
Ma la domanda è posta male.
Perché continuiamo a guardare soltanto chi riceve e dimentichiamo sistematicamente chi lascia.
La domanda corretta non è soltanto: “il figlio ha meritato di ricevere?“
La domanda è anche, e forse prima ancora: “il padre ha meritato di poter lasciare?“
Se un uomo ha costruito legittimamente un patrimonio durante la propria vita, perché dovrebbe perdere, nel momento della morte, la libertà di determinarne la destinazione?
La successione non riguarda soltanto il diritto dell’erede.
Riguarda anzitutto il diritto di chi ha costruito.
A chi obietta che l’erede non abbia meritato ciò che riceve, si potrebbe quindi rispondere con una frase molto semplice:
“forse io non ho meritato di riceverlo. Ma chi lo ha costruito ha certamente meritato di potermelo lasciare.“
Ed è una differenza tutt’altro che marginale.
Ricevere molto non significa valere molto
Questo, naturalmente, non significa trasformare l’eredità in una patente morale.
Sarebbe altrettanto sbagliato.
Ricevere molto non significa essere migliori.
Non significa essere capaci.
Non significa essere degni.
La storia è piena di figli che hanno distrutto in pochi anni ciò che i padri avevano costruito in una vita.
Ed è precisamente qui che nasce il merito dell’erede.
Ricevere è un fatto. Essere all’altezza di ciò che si riceve è una prova.
Chi eredita può dissipare.
Può limitarsi a consumare.
Oppure può conservare.
Può accrescere.
Può migliorare.
Può consegnare alla generazione successiva qualcosa di più solido di ciò che ha trovato.
È questo che trasforma l’eredità da semplice vantaggio in responsabilità.
Chi riceve qualcosa dovrebbe quindi imparare a non dire soltanto: «questo è mio».
Ma piuttosto: «questo è arrivato fino a me».
Sembrano due espressioni simili.
In realtà rappresentano due mondi completamente diversi.
Nel primo caso c’è soltanto il possesso.
Nel secondo c’è la custodia.
Nel primo prevale il presente.
Nel secondo esiste una continuità.
Ciò che davvero si trasmette
Quando una famiglia riesce a costruire e conservare nel corso delle generazioni, non trasmette soltanto case, terreni o denaro.
Trasmette molto altro.
Un metodo.
L’abitudine al lavoro.
La capacità di non consumare immediatamente tutto ciò che si possiede.
La cura dei beni.
Il senso della reputazione.
L’educazione.
La prudenza.
La capacità di amministrare.
La consapevolezza che ciò che abbiamo ricevuto non necessariamente debba terminare con noi.
Tutto questo può naturalmente essere perduto.
Nulla garantisce che chi riceve sappia essere degno di ciò che ha ricevuto.
Ma quando questa continuità funziona, produce qualcosa che va ben oltre il patrimonio materiale.
Una generazione costruisce.
Un’altra conserva.
Un’altra migliora.
Un’altra ancora trasmette.
Ed è così che una famiglia cresce nel tempo.
Non perché ciascuna generazione debba necessariamente essere più ricca della precedente, ma perché ciascuna dovrebbe essere capace di non disperdere ciò che ha ricevuto e, se possibile, di aggiungervi qualcosa.
Questo è il punto.
Non conta soltanto ciò che si riceve. Conta ciò che si è capaci di lasciare.
<<Non tutti partono dallo stesso punto>>. E quindi?
Arriviamo così all’altra grande obiezione.
«Ma in questo modo non tutti partono dallo stesso punto.»
È vero.
Non tutti partono dallo stesso punto.
E non c’è bisogno di fingere il contrario.
Gli uomini nascono in famiglie diverse, con educazioni diverse, capacità diverse, opportunità diverse, contesti diversi.
Una società seria deve certamente fare in modo che chi parte da una condizione più difficile abbia la possibilità di migliorare.
Deve garantire istruzione, sicurezza, legalità, mobilità sociale, opportunità.
Ma bisogna distinguere due cose che oggi vengono continuamente confuse.
Una cosa è consentire a chi parte dal basso di salire.
Altra cosa è pretendere che chi è salito debba ricominciare dal basso a ogni generazione.
Sono principi completamente diversi.
Il primo è meritocrazia.
Il secondo è livellamento.
Se un uomo nasce povero, lavora quarant’anni, risparmia, compra due immobili e decide di lasciarli ai propri figli, non vedo quale principio di giustizia dovrebbe imporre che quei figli vengano riportati quanto più possibile alla situazione dalla quale era partito il padre.
Anzi.
Il fatto che i figli possano iniziare dal punto in cui il padre è arrivato è precisamente una delle ragioni per cui quel padre ha lavorato tutta la vita per arrivarci.
E questo vale non soltanto per il denaro.
Vale per la cultura.
Per l’istruzione.
Per una professione.
Per una reputazione.
Per una casa.
Per un’impresa.
Per tutto ciò che una generazione costruisce affinché quella successiva non sia costretta a ricominciare da zero.
Il progresso vero funziona così.
Si riceve.
Si aggiunge.
Si trasmette.
La successione non è materia fiscalmente neutra
Da questa concezione deriva inevitabilmente anche una conseguenza politica.
La tassazione della successione non è una questione esclusivamente tributaria.
Dietro vi è una precisa idea dell’uomo, della proprietà e della famiglia.
Quando lo Stato tassa una successione non sta semplicemente tassando una ricchezza che appare improvvisamente dal nulla.
Sta intervenendo nel momento esatto in cui ciò che una generazione ha costruito viene consegnato alla successiva.
E dunque interviene proprio sul meccanismo che ha indotto quella famiglia a risparmiare, conservare e costruire.
Per questa ragione considero profondamente sbagliata l’idea secondo cui la successione dovrebbe costituire un momento privilegiato per una nuova imposizione fiscale.
La logica dovrebbe essere opposta.
Se vogliamo una società nella quale gli uomini abbiano interesse a costruire, risparmiare, investire, mantenere gli immobili, creare imprese e lasciare qualcosa dietro di sé, dobbiamo tutelare la possibilità di trasmettere.
Altrimenti il messaggio diventa molto semplice: “consumate oggi, perché ciò che conserverete domani sarà nuovamente aggredibile nel momento della trasmissione“.
È una concezione che considero non soltanto economicamente discutibile, ma culturalmente miope.
Per questo ritengo che un ordinamento dovrebbe ridurre al minimo, fino idealmente ad escludere, la tassazione della successione familiare.
Non perché ogni patrimonio sia necessariamente frutto di merito.
Non perché ogni erede sia necessariamente meritevole.
Ma perché la libertà di lasciare ciò che si è costruito costituisce parte della libertà stessa di costruire.
La successione della meritocrazia
Ed eccoci allora al punto di partenza.
Che cosa significa davvero sostenere che anche la meritocrazia si eredita?
Non significa sostenere che il merito passi attraverso il sangue.
Non significa attribuire automaticamente al figlio le qualità del padre.
Significa riconoscere una cosa molto più semplice.
Il merito produce frutti.
I frutti possono essere conservati.
Ciò che viene conservato può essere trasmesso.
E ciò che viene trasmesso diventa il punto di partenza di una nuova generazione.
Poi toccherà a quella generazione dimostrare di esserne degna.
Potrà dissipare tutto.
Oppure potrà continuare l’opera.
Ed è qui che il concetto di merito supera il singolo individuo senza negare il merito individuale.
Diventa continuità.
Qualcuno ha lavorato prima di noi.
Noi abbiamo ricevuto.
Abbiamo il compito di custodire, possibilmente migliorare e trasmettere.
E qualcuno verrà dopo.
Non c’è nulla di scandaloso in tutto questo.
C’è, al contrario, una concezione dell’esistenza che considero infinitamente più alta di quella dell’uomo chiuso nel proprio presente e concentrato esclusivamente sul proprio godimento.
Perché l’uomo che consuma tutto ciò che ha prodotto pensa soltanto alla durata della propria vita.
L’uomo che costruisce qualcosa da lasciare pensa a un tempo nel quale lui non ci sarà più.
Ed è precisamente qui che il patrimonio familiare smette di essere soltanto ricchezza.
Diventa memoria, responsabilità e progetto.
In fondo, il metro con cui giudicare una generazione non dovrebbe essere soltanto quanto abbia avuto la fortuna di ricevere.
Ma soprattutto una domanda molto più esigente:
che cosa sarà capace di lasciare dopo di sé?
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